Libro che avevo letto tanti anni fa alla sua prima uscita, comprato da mia madre, insegnante; poi, come tante altre cose, sue ma soprattutto mie, in data e luogo imprecisati prese la strada della spazzatura e non lo rividi più. Trovato su una bancarella, in questa nuova (si fa per dire) edizione Feltrinelli, e comprato per un euro.
Rileggerlo sulla distanza, la prima cosa che fa capire è quanto tempo sia passato dal 1985, anno in cui era stato ambientato e in cui ebbe luogo un fatuo movimento studentesco, quello appunto dei “ragazzi dell’85”, poco più che una invenzione giornalistica. Abbiamo infatti una scuola molto politicizzata, ma solo nella volontà e nelle aspettative degli insegnanti, figli del ‘68 e del ‘77; il riflusso c’era già stato, per gli studenti la scuola non era più un agone politico ma sostanzialmente un luogo dove far passare alla meno peggio gli anni della propria adolescenza; i più svegli non pensavano più alla rivoluzione ma al mondo che li aspettava e in cui dovevano e volevano inserirsi. E sono abbastanza patetici questi insegnanti che da un lato spiano nascostamente i propri allievi sperando e auspicando una presa di coscienza, proponendo ricerche sperimentali e argomenti interdisciplinari, suscitando il più delle volte reazioni tipo “quante storie professore, speghi quello che c’è scritto sul libro e non perdiamo tempo”, dall’altro quegli stessi insegnanti si dimostrano ferocemente impermeabili a qualsiasi oggetto culturale che non sia riconducibile alle categorie del pensiero marxista, col sospetto che ogni forma di cultura non istituzionale non sia altro che mercificazione. L’ironia della sorte sta in personaggi come l’allievo Segarelli, il quale, comprese le aspettative del suo professor Starnone, gli restituisce pappagallescamente tutto quello che pensa lui voglia sentirsi dire, senza nessuna riflessione e nessun pensiero critico. La classe insegnante riserva comunque un’insuperabile galleria di personaggetti: il collega seduttore e donnaiolo; l’anziano tradizionalista il cui lavoro, afferma, è insegnare quello che c’è scritto sui libri, non fare pedagogia e tutte quelle cose strane, e ripete in continuazione il mantra “c’è chi è nato per zappare e chi è nato per studiare”, con buona pace di Don Milani; la bella collega intelligente e seducente; il preside reazionario e ignorante come una capra; i modernizzatori per i quali la scuola deve essere un’azienda (siamo nel pieno dell’infame stagione craxiana); il personale non docente, unica categoria professionale che viene definita per quello che non fa, eccetera… Il tutto illustrato con i disegni di Staino che restituiscono con realismo spietato, senza bisogno di nemmeno una parola, la frustrazione e la demotivazione degli insegnanti e la stupidità degli allievi.
In ogni caso, mi sarebbe piaciuto che Starnone si fosse limitato a questo. Invece i racconti scolastici successivi, quelli di “Fuori registro” che ai tempi avevo anche letto (anch’esso comprato da mia madre; anch’esso mai più ritrovato), già scivolano su una china malinconica e pessimista (non che questi non lo fossero, ma almeno l’umorismo compensava). Non parliamo dei veri e propri romanzi che il putativo marito della Ferrante ha poi scritto negli anni a venire, tipo l’Aristide Gambia e affini. Bella letteratura, non si discute, ma quando, ai tempi, lessi questo libro, mi sarei immaginato che la direzione sarebbe stata tutt’altra.
Per finire, mi ha divertito leggere che una delle professoresse della pleiade scolastica raccontata da Starnone si chiamava Vitiello. Mi sono ricordato che la mia prof di lettere della scuola media si chiamava proprio così; napoletana, bionda, occhi azzurri, capelli biondi e lunghi, occhiali, una certa qual eleganza, tutte cose che compensavano una cospicua incapacità professionale; pensandola retrospettivamente devo dire che era proprio una bella gnocca, e, sia pure in modo del tutto casuale (dubito fortemente si tratti della stessa persona), corrisponde parecchio al ritratto che ne fa Starnone. Peccato che a causa della mia giovane età dell’epoca la cosa per me non rivestisse nessun significato particolare.